Diario

Giuliano Palma and The Bluebeaters live @ Buddha

Cato, Giuliano e Merigo front line arzilla sul palco

Giuliano Palma al piano

Bello ritornare al Buddha. Luogo familiare. Già dal pomeriggio quando chiamo per “tastare” la necessità di prevendita il tipo del Buddha mi dice che hanno già avuto un sacco di richieste. In effetti per la storia del locale è una delle date must e ricorrenti in calendario. La data del tour di Back in Black era stata una sequenza di atmosfere e pazzia. Sorvolando sui soliti ospiti indesiderati del locale che ci si domanda perchè vadano ad un concerto se poi non fanno altro che spaccare i maroni a chi si vuole divertire. Ci penso anche mentre mi preparo per uscire. Speriamo in bene. Voglia di divertimento, musica ballabile e un bel concerto sottopalco.
Arriviamo al Buddha facciamo un po’ di coda, ma abbiamo già il biglietto, il pubblico è abbastanza eterogeneo, ma si legge negli occhi e si percepisce nei discorsi “di coda” che nessuno è lì per caso. Oddio, forse solo il tipo ubriaco che urlerà per tutta la sera “Luciano!” brandendo pericolosamente una media piena sulla mia testa, ma vabbè.
Al check c’è la “nostra” security di fiducia ovvero l’uomo più impassibile del mondo. Colui che non si è commosso la sera di Paolini, colui che non butta un sorriso neanche con Olly che ammicca al pubblico, colui che con Caparezza non avuto il minimo desiderio neanche di battere la punta del piede… ahhh… colui che del resto è anche riuscito a prendere uno ubriaco di forza e portarlo dall’altra parte del locale senza battere ciglio, bensì dandogli solo una testata e non gli ho visto dare del suo meglio alla serata dei Subsonica e dei Marlene!
Entriamo: rito di adattamento ambientale (ovvero prepariamo la borsa alla guerrilla) e alcolico. Dopo poco iniziano le luci ad avvertire l’imminenza.
Inizio con tanto di cappello The King si fa attendere ed appare raggiante, in nero, pronto a scatenarsi per tutta la serata.
Beh poi cosa posso dire: l’altmosfera con Giuliano Palma & The Bluebeaters è sempre molto bella: sembra di essere in famiglia, tutti allo stesso livello, tutti che si divertono nello stesso modo. E il palco del Buddha aiuta, riesci a scrutare gli occhi di chi suona, capisci quello che si dicono sul palco, il rapporto è fluido fra pubblico e palco. Omaggi necessari a Cato che ha sfoderato un look indie-punk con capigliatura folta (rispetto al solito) e sguardo ammiccante da fare invidia al chitarrista della Bandabardò, e a Mr. Sheldon Gregg: un bassista simbolo dell’imperturbabilità del ritmo e davvero cool con le prime luci sul viola che lo rendevano adatto alla miglior big band del Mississipi.
Il nuovo disco devo ammettere sia stato una novità per la sottoscritta e a quanto pare più ritmico del precedente ma purtroppo senza quell’eccesso di frenesia che poi invece ci starebbe sempre bene. La stessa The Marvin Boogaloo (la title track dell’album e del tour) è orecchiabile ma manca un po’ di sentimento forse per dare accento alla scelta del ritmo, mi preoccupa che sia il solo inedito che hanno fatto loro ehm. Fantastica invece Tutta Mia La Città che fa veramente un baffo agli Equipe ’84 (che l’avevano presa dai The Move, evvai con la cover culture). E poi in apertura ci stava eccome: fra l’altro la band immersa in una soffusa luce azzurro blu, il freddino che inizia a calare, un po’ di fumi dell’alcol su di me, è stato troppo forte non ripensare ad un ubriachissimo Manuel Agnelli circa un annetto fa al Gate52 in quel di Verona a proporre una White Christmas quasi (molto quasi) commovente con tanto di fiocchetti di neve sul soffitto.

Particolari collaterali e più o meno positivi la scelta standard di mettere in ascolto musicale Ska-P e i primi Meganoidi (lacrimuccia per il loro presente ahem) per un po’ di sani salti a fine concerto, il tipo che mi ha chiesto una fotografia (ceeeeeerto) e un piccolo complimento all’audacia del Fonzarelli de no’altri per averci provato con quattro tipe diverse durante la serata.
Ma soprattutto The King che, in aggiunta ad una piccola performance al piano dopo il rientro, a fine serata, in conclusione ad una Messico e Nuvole non troppo veloce ringrazia il pubblico e si inchina davanti a coloro senza di cui il concerto non esisterebbe e Giuliano non sarebbe The King e tutto ciò “… non è retorica del cazzo.”.
Dite quello che volete, ma a lui gli credo.

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