Sogni

Stanza

Si parte spesso da un tavolo. Ho deciso di partire da un tavolo. Anche perché l’incidenza dello sguardo fa in modo di tenere sempre gli occhi un po’ socchiusi. E non capiscono cosa stai pensando. E’ l’incidenza dello sguardo di chi scrive e di chi sfoglia pagine per trovare parole e cose.

Quando sei in questa posizione e alzi lo sguardo e sei già concetrato, per poco, su qualcosa in modo che appaia in una posizione intermedia fra te e il cielo. Oppure fra te e il muro. Se immagini una persona ti rendi conto di girarti sulla sedia e accavallare le gambe, se invece si tratta di un ricordo del passato allora voli solo con la memoria e a mezz’aria c’è una scorribanda di avvenimenti e parole che, rapidamente, cambiano incatenandosi gli uni con le altre.

Nella sala c’è un tavolo. Rotondo. E’ una stanza arredata un po’ anni ‘70. Probabilmente quando tua madre l’ha sistemata usava quei grembiuli da casa con dei fiori piccoli, di materiale sintetico. Quelli che hanno due laccettini che si legano sul fianco proprio, dove si vede il segno della vita. E’ un tavolo di radica scura, con i bordi lisi per il segno dei gomiti. Al centro c’è qualche macchia a causa delle bottiglie fredde in estate. Chi dovesse entrare vedrebbe solo i tuoi gomiti appoggiati oppure la tua schiena. In base all’ora della giornata. In base alle pagine aperte e da aprire. In base alla luce che entra dalla finestra. In base a quanto hai voglia di farti vedere dal mondo.

Nella stanza c’è un letto matrimoniale. Ha un copriletto, ricamato a mano con dei grossi fiori, delle peonie sulla toalità del marrone scuro e del blu. Il letto è al centro della stanza appoggiato alla parete più lunga. Ha la testieria in ottone e ricorda vagamente il set di un film soft porno. Hai tolto da quella parete il quadro di Sant’Antonio e il crocifisso. Adesso si intravede un piccolo alone sottile in alto a destra: la posizione delineata dal colore più chiaro. La stanza ha un piccolo terrazzo, con la ringhiera arrugginita, al quale si accede da una porta finestra un po’ stretta che ha delle lunghe tende di lino color naturale. Fuori l’aria viene dal mare. Nelle notti d’estate quando torni a casa tieni una delle ante accostate, senti il rumore dell’acqua in lontananza e alcune piccole luci nelle finestre delle altre case. Ci sono un paio di ciabatte sul terrazzo, di gommapiuma, azzurre con il bordo giallo e il marchio al centro del passante. Quelle ciabatte da uomo che si immaginano sempre da abbinare ad un telo lanciato sull spalla e una camminata verso la spiaggia con una copia di un quotidiano sotto il braccio sinistro e con la mano destra impegnata dal cellulare, guardando a destra e sinistra prima di attraversare la strada. All’interno ci sono un paio di scarpe lanciate appena a sinistra della portafinestra. Stringate, sportive, di pelle marrone e un po’ lise sulla punta. La scarpa destra è stata lanciata, ha i legacci sciolti e distesi è riversa verso il pavimento e la suola che sembra puntare dritto a te. Più a sinistra hai appoggiato la borsa a tracolla, semiaperta, e il berretto. E le riviste. Un paio di volantini di carta sono usciti da soli. Poi c’è la scrivania, quasi priva di elementi perché sommersa da cose. Ogni punto si autoillumina sotto lo sguardo perché ha trovato un proprio posto. Ci sono grossi pacchi di quotidiani e riviste, gli spunti aperti o ripiegati e magazine di settore. I cavi ammucchiati, il cellulare e il portatile. E davanti, sul muro, tutti i post it. Invisibili e tutti tranne che a te.