Sogni

Con il palmo bene aperto

Una settimana di ricerche e nessuna soluzione. Alla fine, dovendo cercare casa, perdi anche la cognizione del numero di possibilità che vagli, perché l’unica cosa che rimane fondamentale è la scelta per il si o per il no.

Chiaramente esistono un sacco di situazioni in cui la motivazione che fa muovere l’ago della bilancia nella scelta è pregna di significato. Quando scelgo casa io no: dipende dalla sensazione che mi rimane sulla pelle nei giorni immediatamente seguenti.

E in questo caso, dopo più di una settimana, questa nuova proposta.
Potevo non seguire il consiglio di un amico?


Non sono superstiziosa ma quella mattina, un po’ assonnata, anche il solo rendermi conto che ci fosse il sole, poteva essere di buon auspicio.
La scelta di un vestitino con dei fiori beige, borsa a tracolla con il necessario, un paio di sandali. Finalmente il tempo adatto per i sandali era arrivato e guardando la punta dei piedi uscire e muoversi in un modo divertito da quei lacci fermi mi ricordo di cercare il foglietto con il numero di telefono della portinaia.

Speravo non servisse in realtà.

Quando vado a un appuntamento mi concentro sempre al massimo perché le persone interpellate siano puntuali e allo stesso tempo perché io, smemorata massima, abbia capito e mi ricordi le indicazioni date.
Da persona eccessivamente preoccupata immagino eventualmente anche scuse improbabili da dare in anticipo per capire o spiegare il perché la sottoscritta sempre più frequentemente arrivi in anticipo, ritardo, caos, usando i mezzi pubblici sbagliati e aggiungete pure con la vostra fantasia varie ed eventuali.

Il tempo di un biscotto al volo,
un goccio di succo d’arancia,
prendo il cappello di feltro grigio
ed esco in bici.

con il palmo bene aperto
Illustration by Diogo Machado 

 

Conoscevo la via in cui sarei arrivata ma non ricordavo potesse essere così familiare in un sabato mattina di primavera. Una via stretta e abbastanza contorta senza un taglio o una deviazione netta.

Un pezzo di città nel quale ti rendo conto di entrare e ti sembra quasi che ti venga dato il benvenuto e ti si richiuda un cancello alle spalle, e ormai tu sia la benvenuta per le prossime volte in cui vorrai ritornare.
L’idea che da un giorno all’altro potessi imparare a fare amicizia con il vicino di casa, prestare lo zucchero alla signora anziana del piano terra oppure fare due chiacchiere, della durata di una sigaretta, con il gestore della cartoleria qualche metro più in là. Il ricordo di passare davanti a giardini, balconi, finestre e saracinesce e imparare a conoscere ogni giorno qualcosa di più, e anticipare i dettagli del ritorno a casa perché ormai li hai memorizzati da qualche parte nell tua memoria.
Sensazioni vicino alle quali ero solo arrivata nelle esperienze di case di passaggio precedenti.

Le chiamo case di passaggio quando ne esco, forse per staccarmene un po’, forse perché in realtà appena ci ritorno sento una parte di me che continua a chiamarla casa mia e vorrei deludermi un po’, quasi in contropiede. E in ogni casa di passaggio, o plausibile casa di passaggio, decido anche di lasciare qualcosa di me.

Trovo un piccolo palo in una via assolata e imprecando leggermente decido comunque di lasciare la bici lì, usando per chiuderla il vecchio catenaccio ricoperto di plastica blu. La strada è abbastanza pulita, e a pochi metri vedo il portoncino destinazione della mia mattinata. Un portoncino normale, moderno abbastanza recente. La casa però sa di avere una storia e me lo dice attraverso il muro screpolato, il marmo delle finestre e la forma di quei tetti a spiovente molto basso che si costruivano negli anni sessanta.

Con la mano sinistra sul cappello, e un po’ di pelle d’oca sulla schiena, mi rendo conto che si è alzato un po’ di vento e ricordo le istruzioni di Giorgio.

«Adesso nella casa ci vive questo ex della Betti, sai quella mia compagna di corso di cui ti ho parlato? Secondo me si è ricordata di darmi una mano perché se ne vuole liberare.

Dici di no? Beh io ci spero almeno!

Insomma se una ragazza ti manda a vedere la casa che sta lasciando il suo ex e sa che ci andrà a vivere un’altra ragazza non può che essere interessata ad altro, e in questo caso magari a a me.
Va bene, come al solito hai ragione: sto iniziando a ragionare come voi donne.
Dai che scherzo lo sai, te l’ho letto negli occhi e indovino la tua prossima frase “Giorgio, non farti film mentali e goditi la vita”.
Come al solito riuscirai a fare la mammina al punto giusto, al momento giusto e ritornerò a non voler ammettere che avevi maledettamente ragione.
Ti ho parlato della portinaia?
Perché la Betti dice che il socio qui il sabato mattina spesso lavora quindi tu: prega che non ci sia così io poi non devo sentire storie su di lui e, dicevo, se suoni e non risponde nessuno provi al campanello del piano di sopra.
La portinaia fa Girondi di cognome, una signora moderna di mezza età mi ha detto.

Oh: poi mi fai sapere! Che al massimo metto in giro di nuovo la voce.»

 

Giorgio è un caro ragazzo che ha un po’ troppa speranza nella vita.
Ma quando serve c’è.

E per mettere in pratica le indicazioni suono il primo campanello, Fervidi.
Nessun nome personale.
Fra l’altro, come volevasi dimostrare, non ho chiesto a Giorgio. Ottimo.
Uno come farà a chiamarsi Fervidi di cognome, sembra un cognome anni trenta, quelli delle starlette dei fotoromanzi colorati a pennello con i fogli ingialliti.
Seconda opzione: il campanello della nostra signora moderna di mezza età.

Mi apre una donna oltre i quaranta con capelli lunghi ondulati castani, una piccola ciocca di un grigio argentato fa capolino e si appoggia sulla spalla sinistra, stretta da un fermaglio stretto color tartaruga.
Senza trucco, con uno strofinaccio in mano ma un modo di porsi elegante: sento che potrebbe essere la migliore amica di tutti. E forse di nessuno.
Una persona indipendente disponibile a condividere quanto vuole della sua vita con chi incrocia nel cammino. Il tipo di vicina ideale. Quella con cui ritrovarsi per bere un bicchiere di vino ma che sai non oserebbe mai prendere il posto di nessuno se tu non le dai il permesso di farlo.

Sa che sarei passata, scambiamo due parole – chi sei, cosa fai, bella giornata – mentre saliamo una scala buia e un po’ ripida in una manciata di secondi. La luce, poca, entra dall’alto di un lucernario opaco, si intravede l’ombra di un paio di vasi di fiori. Sento il rumore della chiave nella serratura del portoncino blindato: il momento in cui si schiude un piccolo mondo. Lei accosta la porta all’interno verso sinistra e si fa da lato allungando la mano per attutire il rumore, mi fa segno di entrare.

«Le chiavi sono nella porta, quando hai finito mi trovi al piano di sopra così ti apro per uscire.»

Adoro questa signora. Non so se al suo posto mi sarei fidata a lasciarmi da sola in un appartamento. Evidentemente una riconferma del fatto che io ispiri fiducia: me lo segnerò nel libricino degli appunti infernali.
Con un sorriso ringrazio ed entro.

La casa è piccola e luminosa.
Se avessi trovato un annuncio da qualche parte ci sarebbe stata la descrizione proprio così: trilocale piccolo e luminoso in posizione interessante – diamola per buona questa – parzialmente da arredare.
Gli scatoloni che cerco di evitare nel corridoio stretto mi dicono infatti che molti dei mobili li dovrò portare io.

Mi appoggio con la schiena al muro davanti alla libreria più avanti nel corridoio. Sento il muro freddo contro la scapola sinistra, picchietto con le punta delle dita mentre cerco di abituarmi agli spazi e intanto do’ un’occhiata da sinistra verso destra alla libreria su una delle alte pareti di quel passaggio.
Una serie di scaffali in legno grezzo che ospitano moltissime riviste e collane Feltrinelli.
Provo a immaginare gli scaffali vuoti o riempiti dai libri del mio studio.

Mentre mi giro verso la sinistra la spalla fa da perno per quella che di fatto è la realizzazione della sintonia che sto avendo con la casa. Mi rendo contro che ci sono due finestre grandi nella sala e un profumo particolare. Che immagino essere quello dell’inquilino: una nota di muschio e, forse del mughetto.
Se ci penso uno strano abbinamento per un uomo. In quel momento inizio a vedere i miei mobili nel salotto: le due poltrone, il tavolino di legno, l’appoggio di servizio perchè la cucina compatta, come al solito, ha i pensili troppo, troppo alti.

Sposto una sedia: mi siedo e capisco che quello che sto vedendo mi piace. Questa potrebbe essere la casa giusta.

Come si fa a deciderlo? Non lo so.
O meglio: la vera domanda è come fai a renderti conto che la sensazione che hai provato è davvero benessere.
Oppure solo percezione di buon gusto, proprio non lo so.

Guardo la stanza da questo punto più basso, gli angoli interni delle pareti, una scaffalatura anche nel salotto, alla mia sinistra, in ferro, con piccoli souvenir e scatole di varia misura. C’è n’è anche una in legno, probabilmente per sigari. Prendo il cappello, che avevo appoggiato in grembo, stacco una delle piume della decorazione del lato e mi alzo.
Lascerò quella sulla scatola: si mimetizza alla perfezione.

Girandomi noto anche il tavolo della cucina, ricoperto di carta adesiva nera con fiori gialli e arancio, segni di tagli, prove di cene cucinate.
Immagino bottiglie di vino aperte e tappi nel lavandino.
Poco al di là del tavolo, spostando una sedia, apro la finestra, che dà sulla strada. Incrocio le braccia per appoggiarmi al balconcino interno e con un sorriso chiudo un po’ gli occhi per colpa della luce.
Sento rumori di pentole, di madri che preparano il pranzo e le voci del proprietario di un bar in strada che discute con la proprietaria di una merceria.

La signora, sulla cinquantina, ha uno chignon gigante che esalta le meches terribili di un biondo troppo finto. In una posizione da piccola megera saccente appoggia un braccio a chiudere la ciccia in sovrappeso malcelata da una magliettina dorata e l’altro braccio sfrutta il perno del gomito per portare ritmicamente alla bocca una sigaretta sottile, di quelle create appositamente per restare sulle strade con i residui di rossetto color ciliegia nella parte argentata del filtro.

Ammiro l’incredibile pazienza del barista che ha scelto di perdere questi momenti della sua vita per ascoltare parole inutili uscire da quella bocca.
Negli occhi dell’uomo, abituato ad incontrare, probabilmente nelle giornate settimanali, i lavoratori della zona, leggo anche però il senso di tranquillità di chi sa che in fondo, il trucco, sta nel percepire il racconto e ascoltare in silenzio.
Sapere che il buon vicinato prima o poi lo salverà da situazioni simili.

Un colpo di vento, misteriosamente riapparso, mi riavvicina il profumo di mughetto e decido di farmi guidare nelle altre due stanze.
Uno sguardo veloce al bagno, sommariamente adeguato, tenuto sufficientemente in ordine, ma decisamente non personalizzato. Forse non ho ancora imparato a interpretare quali luoghi siano veramente importanti per un uomo o per una donna che vivono da soli in una casa.
O forse qui, il tipo, sta iniziando a levare le tende.

Richiudo la porta verso di me, verso sinistra l’ultima stanza. E’ la gemella del salotto ha un futon per terra e non vedo armadi fino a quando non mi accorgo della presenza di alcune ante mimetizzate in una parete bianca. Scelta vincente.
Sotto l’unica finestra, che occupa quasi tutta la parete in larghezza ma è stranamente bassa, un gruppo mediamente ordinato di scarpe da ginnastica e scarponcini sportivi.
Un paio di mocassini accantonati in un angolo e un paio di infradito nere lasciate vicino al letto.
La grande macchia nera sulla parete del letto non è altro che un poster di David Bowie, per fortuna non nella versione Ziggy Stardust: una cosa più stile copertina di Rolling Stone degli anni d’oro.

A sinistra del letto un comodino piccolo con un paio di libri oltre le cinquecento pagine.
Sul primo intravedo il nome di Miller: non trovo la coerenza, ma poteva andare decisamente peggio. Sotto una borsa sportiva blu da palestra in finta pelle e un giubbotto lanciato sul letto, probabilmente scivolato per terra.
Resto ferma, per non voler invadere più del necessario la tranquillità della stanza.
Al di là della finestra si incrociano diversi tetti, quelli dove i gatti passano l’estate a cercare forme di vita fra le tegole.

Penso a notti silenziose di agosto in cui tutto il quartiere tace e qualcuno cammina per la stanza. Ci sono dei piedi nudi maschili che avanzano sulle piastrelle verdi, a fianco l’ombra di un posacenere, e sotto la finestra lo sguardo scende dalle ginocchia fino ai piedi di una donna.
La luce notturna riflette sulle unghie dei piedi femminili e lì a fianco un cuscino di raso rosso, sopra un taccuino nero socchiuso dal quale esce la punta di una matita.

I rintocchi di una campana, forse troppo vicina, mi ricordano che il mio tempo è finito.
Arrivo alla porta d’entrata.
Chiudendo le dita della mano sulla maniglia d’ottone propendo per un si. Per un ultimo istante giro lo sguardo verso sinistra e noto la luminosità della finistra che svanisce verso di me fino a creare una nicchia di strano grigio.

In strada sbloccando il catenaccio della bici mi volto sovrappensiero verso l’edificio, ritorno virtualmente davanti alla piuma che ho lasciato e le chiedo di raccontarmi cosa succederà nei giorni seguenti. Segno un appunto nell’iPhone per richiamare il proprietario.

E’ mercoledì, suona il telefono.

«Bella, mi ha chiamato la Betti. Ma alla fine non hai deciso?»

 

Giorgio ha ragione: non ho deciso.
Non ho ritrovato la notifica sull’iPhone, la sensazione positiva è svanita nell’arco del fine settimana. E’ passata in sordina rispetto alla cena di sabato con le ragazze, rispetto al pomeriggio di domenica a casa cercando di finire di leggere un libro sul divano e non è riemersa nemmeno nei primi giorni di lavoro della settimana.

Ogni tanto ritorno nella via e capisco che mi piace riuscire a conoscere meglio questa parte di città cercando di farla un po’ senza una motivazione precisa.
E quando rivedo il balcone, il bar, la megera e l’ultima curva in pieno sole, ritorna quella sensazione di benessere.