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Ho letto “L’arte di correre” e non sono diventata un runner

Non preoccupatevi: non sono diventata una maniaca della corsa. Alcuni appunti dalla lettura di “L’arte di correre” di Haruki Murakami.

A 12 anni ero alta come adesso: 1,40 m.
Sono più o meno un soldo di cacio. Il mio insegnante di educazione fisica – per non so quale dedizione alla professione – durante la mia terza media decise che avrei dovuto fare una corsa a ostacoli. Gli ostacoli sulla 100 m femminile sono alti 80 cm. Fatevi due calcoli.
Visto che al posto delle gambe non ho l’apertura alare di un pellicano il risultato di questa bella esperienza, dimostrabile da cicatrice che ancora riporto sul polso destro, è stato: drastica caduta in avanti con trascinamento di uno o più ostacoli.

Non so se è stato questo felice accadimento a farmi perdere quella briciola di amore per lo sport che mi era rimasto. So che quando ho trovato in libreria “L’arte di correre” di Murakami ho avuto una specie di blocco.

L'arte di correre - Murakami Haruki

Questo libro di Murakami, scritto sotto forma di diario, ha un che di spirituale.
È bello leggere e riconoscersi in alcuni modi di vedere il mondo che ti sta intorno tipici di chi ha un carattere molto individualista. È stata anche la prima volta che ho trovato qualcuno ammettere che per chi è facile fare qualcosa fa più fatica a mettersi d’impegno. Ho sempre ragionato su questo punto e su quello che significa nella crescita personale: non tanto come tallone d’Achille ma come dato di fatto. Come cosa con cui devi avere a che fare.

Alla fine questo è un libro che parla di come fare a conoscere la propria personalità. Sul fatto che “a un certo punto della nostra vita, quando abbiamo veramente bisogno di risposte chiare, chi viene a bussare alla nostra porta di solito è qualcuno che ci porta cattive notizie”. Sul fattore sfiga che arriva, eccome se arriva. Sulla realtà e sul fatto che gli esseri umani hanno bisogno di un piano B. Che non è una fuga.
È capire che ci sei ancora.

“Forse la vita è così. Forse è una cosa che dobbiamo semplicemente accettare, a prescindere da ragioni e circostanze. Come le tasse, come i flussi delle maree, come la morte di John Lennon, come un errore dell’arbitro durante i campionati del mondo.”

Mi ricordo che fra i primi commenti, di alcuni di voi (voi?) su Twitter  – quando ho condiviso l’acquisto del libro – c’è stato un riferimento molto positivo al fatto che, leggendolo, mi sarebbe venuta voglia di iniziare a correre. Come no.

Credo che la voglia di correre sia proprio un po’ dentro di noi, o dentro di alcuni, e che non sia davvero voglia di correre, e che persone come me tendano davvero alla pigrizia. Forse non è la stessa cosa di ‘essere pigri’ ma onestamente ho più cose in comune con un gatto che con un umano: perché muoversi quando puoi stare fermo, al caldo sul divano?
Quindi no: leggere “L’arte di correre” non mi ha fatto diventare un runner. Però è un bel libro che vi consiglio. Perché è un libro onesto, forse non uno dei migliori di Murakami ma molto onesto e utile per decidere di avere a che fare con il proprio talento.

Per esempio in me è cresciuto lo stimolo di concentrarmi e ripetere e perfezionare le singoli azioni che faccio quando cucino. Parafrasando la citazione di Maugham che c’è nell’introduzione del libro:

Anche nell’atto di tagliare le carote c’è una filosofia.

Se devo soffrire e recitare una mantra per perfezionare quello che sto facendo, preferisco dedicarmi a uno stufato piuttosto che mettermi a correre sotto la pioggia.

* Note varie ed eventuali

Appena ho finito di scrivere il titolo del post, l’ho riletto, e mi sono immaginata trasformata in uno di quegli straccetti inutili che si mettono al centro delle tavole un po’ lunghe per fare colazione, chiamati anche ‘runner’. Questo vi sia di chiaro indizio su quanto sia allergica allo sport in generale.

Se volete su Finzioni Magazine c’è un articolo interessante di Eleonora del Frate su “Murakami: istruzioni per l’uso”.